Boorea

Sarajevo 20 anni dopo. Il Comune di Reggio Emilia e Boorea presentano ''Il libro dell'assedio'' con Dzevad Karahasan.

Dzevad Karahasan, celebre scrittore bosniaco, autore di capolavori come "Il divano orientale" e "Il centro del mondo", ha presentato  alla Sala del Planisfero della Biblioteca Panizzi a Reggio Emilia "Sarajevo, il libro dell'assedio", l'opera a più mani da lui scritta, insieme ad Abdullah Sidran, Marko Vesovic, Danilo Krstanovic e Izet Sarajlic, in occasione del ventennale dell'assedio di Sarajevo.
La presentazione, organizzata da Comune di Reggio Emilia e Boorea, è stata introdotta dall'assessore alla Cultura Giovanni Catellani, che ha dichiarato di aver maturato la decisione di recarsi per la prima volta a Sarajevo nel 1996  proprio dopo aver letto un romanzo di Karahasan, "Il centro del mondo". All'incontro sono intervenuti anche Valentina Parisi, collaboratrice de "Il Manifesto" e Piero Del Giudice, curatore de "Sarajevo, il libro dell'assedio", e a lungo corrispondente, durante gli anni del sanguinoso assedio della capitale bosniaca (circa 10.000 morti)  per quotidiani come "l'Unità" e "Avvenire".
 Del Giudice ha cercato di inquadrare storicamente il dramma di Sarajevo, e lo ha fatto a partire da un volumetto, "16 ottobre 1943", di Giacomo De Benedetti, sul rastrellamento del ghetto ebraico di Roma. Per Del Giudice, così come il nazismo è stato un progetto globale di trasformazione e dominio dell'Europa, all stesso modo la battaglia sanguinosa che si è combattuta a Sarajevo contro gli artefici della pulizia etnica si combatte in altre forme ogni giorno in ogni strada europea, a difesa di un'ideale pluralistico e multietnico della società moderna.
Karahasan oggi si divide tra Graz, la città austriaca che l'ha adottato, e Sarajevo. Docente di drammaturgia nelle università di Sarajevo, Graz e Berlino, è fresco vincitore del Premio Goethe, che gli verrà consegnato in agosto a Weimar. Karahasan, con una citazione filosofica, secondo la quale "la realtà non è mai brutta come la si dipinge ma non è mai neppure bella come la vorremmo", ha dichiarato che Sarajevo in effetti è cambiata, ma in sostanza è rimasta la stessa città multietnica che era anche prima della guerra. Karahasan è musulmano, ma il suo migliore amico è Mile Batic, un francescano docente di teologia.
"Alle mie lezioni a Sarajevo siedono una accanto all'altra una ragazza coperta con il velo e una ragazza in minigonna, che sono l'una la migliore amica dell'altra, ed è giusto che sia così", ha detto Karahasan, il quale si è chiesto quante siano le città al mondo dove, come a Sarejevo, non è raro incontrare cattolici che celebrano anche le festività musulmane e viceversa. Perfino la terribile guerra, che è stata qualcosa di simile al male assoluto, in realtà ha dato a Sarajevo qualcosa di buono, ha continuato Karahasan, ricordando che la guerra ha portato a Sarajevo almeno 10-15.000 stranieri da tutto il mondo, amici e "pazzi" che continuano a frequentare Sarajevo, 17 anni dopo la fine della guerra, e a inondarla di amore.
Rispondendo a una domanda dal pubblico, Karahasan ha anche tracciato un parallelismo tra l'Europa e la Bosnia. L'Europa, secondo lo scrittore bosniaco, è un bel progetto, ma al momento è solo un progetto politico, e diventerà realtà solo quando assumerà anche un carattere culturale. Anche la Jugoslavia era un bel progetto, ha detto Karahasan, che però si è sfaldato in due mesi, ben prima della guerra.
"La Bosnia invece è una realtà organica: pur avendo subito un assedio feroce per più di 1.000 giorni, continua tenacemente a vivere" - ha proseguito Karahasan - " perchè i Bosniaci vivono insieme nel pluralismo da più di 600 anni". L'ideologia dell'etnia e della razza è stata sconfitta in Bosnia, ha detto Karahasan, "perchè gli ideologi sono dei poveretti che non sono stati capaci di vivere, e quindi cercano di imporre i loro schemi, come la purezza, ecc., alla realtà e alla vita. Dio ci ha fatti cristiani, musulmani, ebrei, e gli ideologi vogliono imporre l'ordine e cercano di correggere gli errori di Dio...". Per questo Sarajevo e la Bosnia, nonostante quella "porcata" (così li ha definiti Karahasan) degli accordi di Dayton che impongono ai Bosniaci di esistere solo in quanto serbi, croati o musulmani, e non semplicemente come uomini, continuano e continueranno a esistere.

La presentazione del libro su Sarajevo